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Focus sull’andamento della produzione olivicola in Italia nel 2019. Ne parliamo con Nadia Turelli Vicepresidente Coldiretti Brescia
16/12/2019

Olio extra vergine italiano: la produzione corre, ma i problemi restano.

Per il 2019 la produzione italiana di olio extra vergine di oliva è stimata complessivamente, a livello nazionale, superiore alle 330.000 tonnellate (di poco superiore alla metà della media dal 2000 al 2014 che si è attestata a 600.000 tonnellate, dal 2014 la media è crollata a 400.000 tonnellate), raddoppiando quasi (+89%) quella dello scorso anno, attestatasi intorno alle 175.000 tonnellate di prodotto. Regione trascinatrice la Puglia, soprattutto nei territori olivicoli delle province di Bari, Barletta-Andria-Trani e Foggia. Resta invece il trend negativo per il Salento, colpito, come noto, dal batterio Xylella e che registra rispetto alla già negativa annata passata, un calo del 50% della produzione con meno di 3.000 tonnellate. Complessa anche la situazione al Nord, con aree di produzione dedicate all’eccellenza, è il caso dei laghi lombardi, che hanno vissuto un anno da dimenticare: scarsa la produzione (si è prodotto il 3% del potenziale) e ancora da indagare bene le cause di questo trend così negativo. Sul fronte invece della qualità, per l’olio extra vergine d’oliva italiano del 2019-2020 ci sono tutte le condizioni per essere un’ottima annata.

Di certo, comunque, è cominciato il recupero del pesante deficit (il punto più basso si è registrato nel 2018) di una filiera che coinvolge in Italia oltre 400 mila aziende agricole specializzate e che può contare sul maggior numero di olio extra vergine a denominazione in Europa (43 Dop e 4 Igp) con un patrimonio di 250 milioni di piante e 533 varietà di olive, il più vasto tesoro di biodiversità del mondo. Dove l’Italia compete con Spagna — che dovrebbe produrre 1,35 milioni di tonnellate di olio d’oliva, un po’ meno rispetto all’anno precedente (1,77 milioni) — e Grecia che, in linea con l’incremento italiano, dovrebbe passare da 185 mila a 300 mila tonnellate.

“A questo scenario fatto di luci e ombre – ci dice Nadia Turelli, titolare dell'azienda agricola “Leonardo” di Sale Marasino e Vicepresidente di Coldiretti Brescia - si aggiungono quotazioni in calo di circa il 20%. In alcune regioni Italiane l’olio extra vergine viene quotato l’insostenibile prezzo di 3,5 euro al chilo, non gestibile da qualsiasi impresa agricola. Una situazione che deriva prima di tutto delle forti importazioni dell’Italia dal mercato spagnolo e greco, il cui olio ha invaso il mercato”. Vi è da ricordare che l’Italia produce 300mila tonnellate di extra vergine, ma ne consuma 600mila. Quindi per forza bisogna comprare dell’olio all’estero e la competitività porta a guardare quasi sempre verso la Spagna.

“I nostri oli sono di maggiore qualità e spesso di vera eccellenza - sottolinea Nadia Turelli – ma è necessario che i consumatori (e in questo target metto anche i ristoratori, i professionisti del gusto…) imparino sempre più a riconoscere questo valore, e lo trasmettano ai loro clienti. Parecchio è stato fatto, ma c’è ancora tanto da costruire a livello di cultura di settore. Fra gli aspetti più positivi si colloca la trasparenza delle indicazioni in etichetta, che mettono a disposizione una vera carta d’identità dell’olio. Ma, lo ripeto, dobbiamo fare ancora di più. Prima di tutto valorizzando i prodotti locali. Per fare questo c’è bisogno che il consumatore capisca il valore aggiunto di acquistare olio made in Italy di alta qualità e sia disposto a pagarlo il giusto prezzo”. Sempre sul fronte “prezzi bassi” vi è da ricordare come la maggior parte dell’olio venduto nella grande distribuzione è in promozione. C’è una legge che vieta il sottocosto per più di una volta all’anno per singolo operatore, ma è una norma poco rispettata. Smettere di utilizzare l’olio extra vergine come prodotto civetta, per attirare i consumatori nei punti vendita, sarebbe un buon modo per evitare cadute di prezzo pericolose per tutta la fiera.

“Vi sono poi le dinamiche specifiche, di mercato e di cultura professionale, fra olio extra vergine di oliva e operatori della ristorazione. – ricorda ancora Nadia Turelli - Si passa da un atteggiamento di amore senza fine per questo prodotto da parte di veri e propri cultori della materia, ad una diffusa superficialità in molti altri rispetto alle sue caratteristiche e al suo reale valore. La formazione sul tema, a partire dalle scuole alberghiere o realtà come CAST Alimenti che si rivolgono a professionisti della ristorazione, deve quindi essere meticolosa e competente. Aggiungerei una sollecitazione: formare i ristoratori anche nella comunicazione di questo prodotto, perché sono loro che possono fare un positivo passaparola con i loro clienti.  Se un locale sceglie un olio di alta qualità, in tavola come in cucina, perché non dirlo? Basterebbe un’indicazione sul menu, così come esporre una bottiglia ben in vista nel locale con l’indicazione: “Noi usiamo questo olio eccellente, perché…”. Sembrano cose banali, ma la cultura dell’olio extra vergine si può diffondere anche a partire dalla ristorazione.” (Fonte dei dati: articolo Sole24 Ore del 2 dicembre 2019).