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“La mia esperienza è iniziata dall’incontro con grandi maestri che hanno saputo indirizzare il mio percorso di vita."

Il premio “One to Watch” assegnato nell’ambito del prestigioso Word’s 50 Best Restaurants lo scorso giugno a Singapore, è solo l’ultima medaglia, in ordine di tempo, appuntata sulla giacca dello chef Riccardo Camanini.  Da quando il ristorante Lido 84 a Gardone Riviera (BS) è nato, nel 2014, è stata una pioggia di riconoscimenti: dopo solo 6 mesi dall’apertura si era già guadagnato una stella Michelin (fatto inedito per la guida d’Oltralpe) e poi 5 cappelli e “Miglior pranzo dell’anno” per la Guida dell’Espresso 2020, il suo “Spaghettone burro e lievito di birra” inserito nella carta del Plaza Athenee di Alain Ducasse e in mostra al MoMa di San Francisco, 3 forchette per Il Gambero Rosso ...

Cresciuto vicino a Bergamo, dopo il diploma presso l’Istituto Alberghiero di Darfo Boario Terme (BS), a soli 19 anni Camanini inizia la sua carriera all’Albereta di Gualtiero Marchesi. A fianco del maestro scopre il food design e l'alta cucina, intesa come arte e cultura, ma sempre nel rispetto del gusto. Poi l’Inghilterra per fare un’esperienza con Raymond Blanc al Manoir aux Quat'Saisons dove apprende la gestione dei ritmi in cucina e del personale. Infine, un'esperienza parigina con Jean-Louis Nomicos, allora braccio destro di Alain Ducasse, a La Grande Cascade. Per 16 anni è executive chef a Villa Fiordaliso sul Lago di Garda, dove si aggiudica una stella Michelin. A 40 anni decide di voltare pagina e a marzo 2014 lancia con il fratello Giancarlo, socio e responsabile di sala, il Lido 84. Ed è nel laboratorio/cucina di questo ristorante che nascono piatti iconici come il “Cacio e pepe in vescica”, il già citato e celebrato “Spaghettone al burro e lievito di birra”, il “Riso all’aglio nero fermentato e frutti rossi”, la “Pecora cotta nella cera d’api o sbernia”, … Tutti piatti che fanno dello chef Camanini, secondo il Gambero Rosso, uno dei massimi interpreti della “New Ancient Cuisine”, vale a dire: capacità di sperimentare e solida conoscenza delle tecniche per innovare i canoni della “haute cuisine” italiana, attingendo anche a ricette antiche o riscoprendo materie prime e tecniche in via di estinzione, senza mai dimenticare il gusto e la gratificazione dei propri interlocutori.